domenica 15 novembre 2009

Processo breve ma a rischio impunità

Prescrizione dei processi in corso in primo grado per i reati inferiori nel massimo ai dieci anni di reclusione se sono trascorsi più di due anni a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio del pm senza che sia stata emessa la sentenza.

Tre articoli proposti nel Ddl del Senato del 12.11.2009 dove il fine sembra giusto, ma i modi sembrano sbagliati, magari l'indirizzo finale può essere scovato facilmente dalle proposte in tema di giustizia degli ultimi mesi. Valutare gli effetti di una riforma processuale sarebbe il primo passo da compiere, non l'ultimo da valutare.


Il procuratore di Torino Giancarlo Caselli indica un'altra via:

"Se si vogliono ridurre i tempi del processo, come giustamente l'Europa ci chiede, perché non prevedere, come avviene in tutti i paesi europei, dei seri filtri per il giudizio di appello?"

L'appello dello scrittore Roberto Saviano che ha raggiunto già 54000 firme


SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO

Firmate l'appello

venerdì 6 novembre 2009

Sentenza ideologica o europeizzazione culturale?

La vicenda nasce ad Abano Terme dove i veri protagonisti sono due bambini: Dataico e Sami Albertin. All’epoca avevano undici e tredici anni, frequentavano nel 2001-2002 la scuola pubblica e le loro classi avevano i crocifissi esposti. La loro madre finlandese riteneva la presenza dei crocifissi contraria al principio di laicità secondo il quale desiderava istruire i suoi bambini. Solleva la questione alla scuola, che decide di lasciali nelle classi. La ricorrente impugna questa decisione davanti al Tribunale amministrativo della regione Veneto.

In realtà dietro al ricorso forse si cela il marito italiano Dott. Massimo Albertin, peraltro ex candidato dei Radicali, e l’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) che sostiene le spese giudiziarie.
Di qui il percorso giuridico giunge fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo che esprime il suo parere causando infinite polemiche e il ricorso del Governo italiano.

I media hanno amplificato erratamente la vicenda. La stampa italiana ha lasciato intendere che la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo avrebbe vietato all'Italia di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche. In realtà la sentenza vieta all'Italia di rendere obbligatorio il crocifisso e comunque non è una sentenza coercitiva.

La VI sezione del Consiglio di Stato, con la decisione n. 556 del 13 febbraio 2006 diceva che il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche non perché sia un “oggetto di culto”, ma perché “è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili” (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, ecc…) che hanno un’origine religiosa, ma “che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato”.
Si afferma che “la laicità, benché presupponga e richieda ovunque la distinzione tra la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti e uniformi nei diversi Paesi, ma, pur all’interno della medesima civiltà, è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com’è al divenire di questa organizzazione”.

In risposta la Corte europea dei diritti dell'uomo:
«La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione», «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei», «non è in grado di comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana». I sette giudici autori della sentenza sono un belga, un italiano, un portoghese, un lituano, un serbo, un ungherese e un turco.

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/04/la-signora-lautsi-contro-il-governo-italiano/
L'originale sentenza: http://www.olir.it/ricerca/index.php?Form_Document=5146

La questione è già stata affrontata in altri Stati, le decisione sembrano esser state dettate dalle radici socio-culturali dei paesi:
AUSTRIA. Una legge del 1949 e il Concordato del 1962 garantiscono la presenza dei crocifissi nelle scuole dove gli studenti cristiani sono la maggioranza.
FRANCIA. È vietata espressamente (articolo 28 della Costituzione) l’esposizione di simboli o emblemi religiosi su monumenti e in spazi pubblici, a eccezione di luoghi di culto, cimiteri, musei,ecc.: un’iniziativa promossa dall’associazione Une Vandée pour tous les Vandéens ha così ottenuto che il tribunale ordinasse a due comuni di togliere dalla sala consiliare il crocifisso. Senza risultato, invece, la richiesta di togliere il simbolo del dipartimento della Vandea (una croce).
GERMANIA. Una sentenza della Corte Costituzionale del 1995 ha sancito l’incostituzionalità della presenza dei simboli religiosi nelle aule scolastiche. Tale provvedimento riguarda le scuole elementari del solo land della Baviera (peraltro il più cattolico della repubblica federale) e subordina la permanenza del crocifisso a un’esplicita richiesta di genitori, insegnanti e alunni delle diverse scuole.
SPAGNA. Nel novembre 2008 un giudice del tribunale di Valladolid ha stabilito che i crocifissi non devono essere presenti negli edifici pubblici. Pesanti le critiche al provvedimento da parte della Chiesa cattolico, che ha parlato di "cristofobia".
SVIZZERA. Nel 1990 il tribunale federale elvetico ha dato ragione a un ricorso contro la decisione di un comune del Canton Ticino di esporre crocifissi nelle classi, sostenendone l’incompatibilità con la neutralità confessionale della scuola pubblica.
USA. Qui la battaglia si combatte soprattutto contro la presenza sulle banconote del motto In God we trust («noi crediamo in Dio»).

In Italia? L'Art.7 della Costituzione Italiana afferma che: "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani".

 
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